Il quotidiano La Repubblica, grazie alla giornalista Adele Palumbo, ha dedicato ieri ampio spazio a un tema che, nel lavoro quotidiano, vedo crescere di settimana in settimana: la pressione dei filtri social e l’idea – diffusa soprattutto tra i più giovani – di “assomigliare” a un’immagine digitale.
È un confronto necessario, perché quando si parla di chirurgia plastica il punto non è inseguire un modello irreale, ma riportare la persona a una scelta consapevole, sicura e rispettosa della propria identità.
Per approfondire questi ed altri temi attinenti segnalo l’appuntamento istituzionale che si terrà a Roma, in Senato, nella Sala Caduti di Nassirya, mercoledì 11 febbraio alle 18, dedicato al mio libro “Chirurgia dell’Anima: oltre la forma, verso l’essenza”.
L’evento è stato promosso dalla senatrice Paola Ambrogio e organizzato da Radio Parlamentare – Percorso Consapevole.
Luca Spaziante, chirurgo plastico della Città della salute di Torino, riflette su come l’estetica si intrecci con il benessere psicologico:
Arrivano nello studio del chirurgo con in mano il cellulare e un selfie. La pelle levigata, gli occhi grandi, le labbra carnose e gli zigomi appuntiti restituiscono subito al medico un’immagine irreale. «Capita sempre più spesso che i ragazzi ci chiedano interventi per assomigliare alla loro immagine filtrata dai social», spiega Luca Spaziante, chirurgo plastico della Città della salute di Torino, che riflette di come l’estetica si intrecci con il benessere psicologico.
A non sopportare la propria immagine nello smartphone non sono solo i giovanissimi. La costante esposizione al video, tra social, meeting di lavoro e chiamate, ha portato anche molti adulti a dover fare i conti con quelle che considerano delle imperfezioni del corpo.
Dottore, in quali circostanze ritiene giusto dire di “no” a un paziente che chiede di sottoporsi a un intervento di chirurgia plastica estetica?
«Per prima cosa, il professionista deve essere in grado di valutare la maturità emotiva del paziente stesso. Anche per questo generalmente la prima visita è molto lunga. Dopodiché, se la richiesta è innaturale bisogna applicare l’etica del no. Per me è un principio non negoziabile».
Cosa implica?
«Si cerca di capire cosa c’è dietro ogni singola richiesta. Quando l’anima non sta bene nel corpo in cui si trova, si genera sofferenza. Il medico deve indagare da dove proviene quel dolore e da quanto tempo cova dentro la persona. Solo così potrà capire se la chirurgia è utile oppure se è meglio accompagnare la persona verso altri percorsi».
Ad esempio?
«Un paziente dismorfofobico, che vede il proprio corpo in modo alterato, non trarrà alcun beneficio da un intervento. Anzi, l’operazione potrebbe avere effetti negativi, aumentando il senso generale di spaesamento.
A quel punto, il più grande gesto di cura da parte del chirurgo è quello di indirizzare il paziente verso un’altra modalità di assistenza».
Nell’immaginario comune si associa spesso la chirurgia estetica all’universo femminile. È un’idea superata?
«La richiesta del mondo maschile è sicuramente aumentata negli ultimi anni, però le donne la fanno ancora da padrone. Sono estremamente più sensibili al mondo dell’estetica e i cambiamenti di natura ormonale che impattano sul corpo delle ragazze hanno un peso particolare.
In generale, possiamo dire che oggi il mercato della chirurgia e della medicina estetica è ancora principalmente femminile».
La medicina estetica ha avuto una forte crescita negli ultimi anni.
Secondo lei, a cosa è dovuto? «Anche in questo caso, l’utilizzo degli smartphone ha portato le persone a vedersi molto più spesso riflesse nel telefono e quindi a notare maggiormente i propri difetti e a volerli correggere».
I trattamenti possibili sono tantissimi, il problema è che non sempre vengono fatti da chirurghi esperti.
«Ogni pratica dovrebbe essere fatta da professionisti qualificati. Basti pensare a quante persone vengono deturpate perché si sottopongono a un filler alle labbra o agli zigomi.
Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di interventi medici».
Quindi meglio evitarli?
«Non intendo questo. Il problema non è tanto la pratica in sé, ma chi la fa. Molte volte si finisce nelle mani di professionisti poco qualificati e i risultati sono quelli che vediamo».
Il prezzo dei trattamenti può essere un indicatore di qualità?
«La medicina estetica ha un costo e riguarda il professionista, la struttura dove viene effettuata e i prodotti che vengono utilizzati. Quindi il “low cost” spesso coincide con una minore sicurezza degli interventi. È sempre meglio informarsi sul professionista a cui ci si affida. Se è iscritto a una società, se lavora, se è uno specialista in chirurgia
plastica».
Il suo libro si intitola “Chirurgia dell’anima”. Cosa significa?
«La chirurgia dell’anima consente di riportare il paziente alla propria essenza. Attraverso la modificazione del corpo, la persona può riappropriarsi della sua unicità.
Questa è la stella polare che mi guida durante ogni intervento. Se immaginiamo il corpo come il tempio dell’anima, va da sé che un’anima non può star bene in un corpo che non sente suo»
