Partiamo da un dato, non da un’opinione. Un neonato di due giorni fissa più a lungo un volto che lo guarda negli occhi rispetto a uno con lo sguardo deviato. Prima di saper parlare, prima di riconoscere la madre con certezza, il cervello umano è già programmato per cercare gli occhi. L’amigdala e il solco temporale superiore, le strutture che valutano emozioni e intenzioni altrui, si attivano in modo specifico davanti a uno sguardo diretto. Non è poesia: è neurobiologia.

Questo spiega perché la regione perioculare pesi in modo così sproporzionato nel giudizio sociale. Quando una persona ha le palpebre superiori appesantite, chi le sta davanti legge stanchezza, tristezza, a volte severità, anche se lei è riposata e di buon umore. Il paziente lo riferisce sempre nello stesso modo: “Mi chiedono se ho dormito male, ma io sto benissimo”. Lo scollamento tra come ci si sente e come si viene percepiti ha un costo psicologico reale e documentato, con effetti misurabili su autostima e qualità di vita nei questionari validati post-intervento.

Con gli anni la cute perde collagene ed elastina, il muscolo orbicolare si assottiglia, i setti che contengono il grasso orbitario cedono. Il risultato si chiama dermatocalasi: eccesso di pelle che ricade sul margine ciliare. In una parte dei pazienti non è solo estetica. La pelle in eccesso riduce il campo visivo superiore, cosa che si misura con un esame perimetrico, e obbliga il muscolo frontale a una contrazione continua per sollevare le sopracciglia. Da qui la cefalea frontale serale e il senso di peso che molti attribuiscono alla vista o allo stress.

Non esiste un’età giusta, esiste un’indicazione giusta. Tre situazioni la costituiscono: un deficit del campo visivo documentato; sintomi funzionali, una discrepanza stabile tra lo sguardo che si ha e quello che si sente di avere, quando pesa sulla vita di relazione. Non è un’indicazione, invece, la fotografia con il filtro sbagliato o la pressione di un algoritmo.

Prima del bisturi serve quindi una diagnosi corretta. L’intervento si esegue in anestesia locale, dura circa un’ora, l’incisione si nasconde nella piega palpebrale. Si rimuove cute, quando serve una striscia di orbicolare e una quota misurata di grasso nasale. Ecchimosi e gonfiore durano 7-14 giorni. Le complicanze gravi sono molto rare ma non nulle. Non fidatevi di chi vi dice “rischio zero”, ma affidatevi a professionisti di provata esperienza.

Due parole sulle alternative “non chirurgiche”: creme, penne al plasma, fili. Nessuna ha dimostrato, in studi controllati, di rimuovere un eccesso cutaneo strutturale. Alcune lasciano cicatrici.

La medicina funziona così: prima si guardano i dati, poi si decide. Anche quando si tratta dello sguardo.

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Luca Spaziante 

Chirurgo Plastico

Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.

Fonte: www.torinoggi.it