Associazioni, enti, istituzioni, professionisti, sodalizi sportivi e realtà culturali sono pronti a incontrare gli studenti, dai più piccoli a quelli delle superiori, per parlare di cultura, arte, ambiente, storia, scienze, sport, cittadinanza e molto altri temi
In un’epoca in cui la crescita delle nuove generazioni richiede alleanze sempre più solide, la Città di Asti risponde con forza e coesione presentando il catalogo delle proposte educative del Sel – Sistema Educativo Locale per l’anno scolastico 2026–2027. Sotto il titolo evocativo “Cento progetti per crescere insieme”, la comunità astigiana si unisce per offrire una fitta rete di opportunità educative, totalmente gratuite, destinate alle scuole di ogni ordine e grado. Questo traguardo, che vede la sinergia tra istituzioni, uffici comunali, forze dell’ordine, medici e associazioni del terzo settore, segna una rinascita culturale e sociale straordinaria rispetto a un recente passato quando le proposte attive sul territorio erano poco più di quaranta.
L’assessora all’Istruzione del Comune di Asti, Loretta Bologna, ha aperto la presentazione con visibile emozione, ricordando l’educatore Roberto Genta e sottolineando che questo appuntamento rappresenta un traguardo storico e il culmine di un percorso durato quasi un decennio. Bologna ha voluto esprimere la sua gratitudine a tutti coloro che collaborano quotidianamente con il settore istruzione: «Sono oltre 100 i progetti educativi gratuiti messi a disposizione delle scuole. Asti costruisce una comunità educante, un traguardo che racconta molto più di un semplice numero. Dopo il periodo del Covid avevamo circa una quarantina di progetti, ma oggi possiamo offrire alle nostre scuole un patrimonio di 100 percorsi».
Bologna ha posto l’accento anche sui valori fondamentali alla base dell’iniziativa: «La gratuità è un elemento fondamentale di questo percorso, significa permettere a tutte le scuole e a tutti gli studenti di poter accedere alle opportunità educative senza che le condizioni economiche possano diventare un ostacolo». Francesca Bosia dell’Ufficio Scolastico Provinciale ha espresso il punto di vista del mondo della scuola, valorizzando l’impatto democratico e formativo dell’offerta. La stessa ha lodato l’approccio inclusivo dell’amministrazione comunale, dichiarando che «questi 100 progetti, dati al mondo della scuola, non sono soltanto dei numeri, ma significano prima di tutto equità». Ha quindi rivolto un plauso speciale all’attenzione dedicata a una fascia d’età tradizionalmente meno coinvolta in questo tipo di iniziative: «Spesso il mondo della scuola secondaria di secondo grado viene messo un po’ in disparte. Invece, all’interno di questa bacheca è stata posta particolare attenzione anche a questa fascia di adolescenti».

A confermare la solidità di questo impianto strutturale è intervenuto il dirigente dei Servizi educativi, Roberto Giolito, il quale ha voluto innanzitutto attribuire il merito operativo del lavoro di coordinamento e sintesi alle colleghe dell’ufficio istruzione Erika Viel, Luisella Regge e Sara Rainiero. Giolito ha definito l’offerta formativa in termini estremamente significativi per la collettività: «Per Asti si tratta di un patrimonio educativo e uno spazio dove ci si può incontrare, si può crescere grazie anche a uno scambio di competenze». Il dirigente ha esortato tutti i soggetti coinvolti a considerare questo strumento come un ecosistema vivo e in costante evoluzione.
La referente del Sel, Erika Viel, è poi entrata nel dettaglio tecnico e strutturale dell’iniziativa, illustrando la nuova veste grafica pensata per facilitare la consultazione da parte del corpo docente. Viel ha spiegato che il catalogo è stato stampato in formato opuscolo cartaceo di grandi dimensioni e sintetizzato in una “bacheca in breve” con funzione di glossario, inviata alle dirigenze scolastiche e pubblicata online sul portale del Comune. La classificazione dei percorsi didattici segue due criteri fondamentali: da un lato la suddivisione per destinatari, che comprende le sezioni per l’infanzia, la primaria, le secondarie di primo e secondo grado, nonché una corposa cartella rivolta alla formazione degli adulti e dei docenti (la “comunità educante”); dall’altro lato, la catalogazione per aree tematiche.
Gli ambiti dei progetti si sviluppano infatti attraverso otto grandi macro-aree, create per coprire ogni aspetto della crescita civile e personale dei ragazzi: l’ambiente, l’espressione artistica, lo sport, la tutela della salute, la cittadinanza attiva, i focus specifici del Sel, la conoscenza della città di Asti e la sezione “vetrina”. La bacheca ospita complessivamente 110 progetti tra percorsi, convegni, seminari e singole giornate di studio, con oltre 20 di questi gestiti direttamente dagli uffici comunali o in co-progettazione. La rete poggia sull’adesione di ben 56 realtà tra associazioni, enti, uffici pubblici e volontari. Per quanto riguarda le tempistiche scolastiche, Viel ha specificato che le schede di adesione dovranno essere inviate entro il 7 ottobre, consentendo così agli uffici di elaborare i dati e inviare i calendari definitivi alle singole associazioni entro la metà del mese.
Le testimonianze dei proponenti coinvolti nell’iniziativa
Tra le tantissime realtà attive, spicca l’impegno dello sport sociale raccontato da Claudio Corso, esponente dell’Asd Rainbow Planet, il quale ha testimoniato l’immenso valore dell’attività sportiva gratuita come argine al disagio giovanile e alla solitudine. Corso ha spiegato che l’associazione opera su tre livelli diversi, con un’équipe sempre reperibile, con l’obiettivo fondamentale di promozione sportiva finalizzata a valorizzare le reali capacità di ciascuno, limitando il più possibile le cattive compagnie o l’ozio.
L’educazione alla legalità trova invece una voce importante nell’avvocato Davide Gatti, presidente della Camera Penale di Asti, il quale ha descritto l’evoluzione esponenziale di un progetto nato in sinergia con la realtà cittadina circa quattro anni fa. Gatti ha spiegato come gli studenti vengano portati nelle aule di tribunale e resi protagonisti attivi attraverso simulazioni di processi, vestendo a turno i panni di giudici, pubblici ministeri e avvocati. Il progetto si avvale di una stretta collaborazione con la magistratura e con le forze dell’ordine – tra cui la Questura, i Carabinieri e la Guardia di Finanza – per affrontare temi scottanti della quotidianità giovanile, come le indagini della polizia scientifica o i gravi rischi penali legati alla diffusione di foto intime sulle chat.

La tutela dell’ambiente e la sostenibilità sono i temi proposti da Giorgia Mazzetto, ambasciatrice dell’associazione Anter (Associazione Tutela Energie Rinnovabili). Mazzetto ha spiegato come il sodalizio utilizzi un metodo ludico e immediato, avvalendosi di un cartone animato in cui un supereroe insegna ai bambini l’origine delle energie pulite, l’importanza del riciclo della carta e la riduzione della plastica per garantire ai più giovani un futuro migliore rispetto a quello ereditato dall’industrializzazione degli adulti. Nel condividere la propria esperienza personale, l’ambasciatrice ha sottolineato lo straordinario «ritorno emotivo di questi incontri», dichiarando che l’insegnamento più grande arriva proprio dai più piccoli, «che spesso dimostrano agli adulti, con i loro comportamenti limpidi, come ci si dovrebbe comportare quotidianamente nei confronti del pianeta».
Un tema di grande attualità, legato al disagio psicologico e al rapporto conflittuale con la propria immagine corporea, è stato affrontato dal dottor Luca Spaziante, chirurgo plastico torinese che lavora alla clinica universitaria della Città della Salute di Torino ed è autore del libro “La chirurgia dell’anima”. Spaziante ha lanciato un allarme sul diffuso senso di inadeguatezza che colpisce i giovani nel post-Covid, alimentato dall’uso distorto degli smartphone e dall’esposizione costante a modelli estetici irrealistici che falsano il concetto di bellezza e identità. Raccontando l’esperienza di un evento che ha coinvolto oltre quattrocento studenti delle scuole superiori a Cuneo, il medico ha espresso il forte desiderio di replicare questa iniziativa anche ad Asti, con il supporto di psicologi, psichiatri, ma non solo «per insegnare ai ragazzi a cercare la migliore versione di se stessi rispettando la propria integrità biologica e spirituale, piuttosto che rincorrere ideali fittizi che generano ansia, depressione e gravi crisi d’identità».
A chiudere il cerchio del rispetto per l’altro è arrivata la testimonianza di Elisa Chechile, responsabile del centro antiviolenza provinciale “L’Orecchio di Venere”, che ha illustrato i due diversi binari progettuali portati nelle scuole medie e superiori. Per le scuole medie, il percorso “Dai sensi alle sensazioni. Il sesto senso” stimola i bambini ad esplorare l’incontro con l’altro attraverso l’attivazione dei cinque sensi, favorendo la riflessione interiore e la comunicazione in famiglia. Per i ragazzi più grandi delle scuole superiori, il progetto “Da sensazioni ad emozioni” affronta direttamente i temi dell’oggettivazione del corpo, del rispetto dei tempi dell’altro e dell’educazione affettiva, contrastando l’idea consumistica che tutto debba essere immediatamente fruibile o posseduto.
Fonte: lanuovaprovincia.it
Nella mia esperienza di chirurgo plastico, negli ultimi anni è cambiato non soltanto ciò che i giovani chiedono, ma soprattutto il modo in cui guardano il proprio corpo. Sempre più spesso il termine di confronto non è più la propria immagine reale, ma quella che appare sullo schermo di uno smartphone. Instagram, TikTok e le altre piattaforme visuali hanno moltiplicato l’esposizione a volti e corpi apparentemente perfetti. Il problema è che quelle immagini sono spesso il risultato di filtri, luci, pose, make-up e ritocchi digitali. A forza di osservarle, ciò che è artificiale rischia di diventare normale e ciò che è normale può cominciare ad apparire imperfetto.
È un fenomeno particolarmente delicato durante l’adolescenza, quando identità, autostima e rapporto con il corpo sono ancora in costruzione. Una revisione sistematica pubblicata nel 2024, condotta su 25 studi e oltre 13mila partecipanti, ha evidenziato un’associazione tra utilizzo dei social, insoddisfazione per la propria immagine e maggiore propensione a prendere in considerazione procedure estetiche. Da medico, è proprio questo l’aspetto che considero più importante. La chirurgia plastica e la medicina estetica possono essere strumenti preziosi quando esiste un’indicazione corretta e una richiesta consapevole. Non devono però diventare il mezzo attraverso il quale inseguire il volto del momento.
Oggi può capitare che un giovane arrivi dal medico non chiedendo semplicemente di migliorare una caratteristica che vive con disagio, ma mostrando sul telefono il viso di un influencer o persino una propria fotografia modificata da un filtro. La richiesta implicita diventa: «Vorrei essere così». In questi casi il compito del chirurgo non è soltanto saper operare. È soprattutto saper ascoltare, comprendere le motivazioni e, quando necessario, saper dire di no. Un intervento modifica un volto o un corpo reale: non può e non deve promettere la perfezione digitale di un’immagine costruita.
Non sorprende quindi che diversi governi abbiano iniziato a interrogarsi sull’accesso dei minori ai social. L’Australia ha introdotto dal dicembre 2025 restrizioni per gli under 16, mentre in Europa diversi Paesi stanno discutendo o sperimentando limiti, sistemi di verifica dell’età e maggiori responsabilità per le piattaforme. Il dibattito resta aperto perché alla tutela dei minori si affiancano questioni di privacy e libertà individuale. Limitare l’accesso può essere uno strumento, ma non basta. Serve soprattutto educazione all’immagine: spiegare ai ragazzi che quello che vedono online non sempre corrisponde alla realtà e che la diversità dei volti e dei corpi non rappresenta un difetto da correggere.
La buona chirurgia plastica non dovrebbe uniformare le persone a un modello. Dovrebbe, quando realmente necessario, aiutarle a stare meglio conservandone proporzioni, caratteristiche e identità. Perché il vero rischio non è che i giovani desiderino essere più belli. È che, osservando continuamente una bellezza artificiale e standardizzata, finiscano per non riconoscere più la bellezza della propria individualità.
CHI AVESSE PIACERE DI RICEVERE UNA COPIA DEL LIBRO “CHIRURGIA DELL’ANIMA: OLTRE LA FORMA VERSO L’ESSENZA” PUO’ PRENOTARE UN INCONTRO CON IL DOTTORE IN UNO DEI SUOI STUDI INVIANDO UN WHATSAPP AL NUMERO 333.352.81.25
Luca Spaziante
Chirurgo Plastico
Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.
Fonte: torinoggi.it
C’è una differenza sostanziale tra guardarsi allo specchio e sentirsi osservati da uno specchio. Per molti adolescenti e giovani adulti questa differenza è ormai scomparsa. Lo specchio non è più soltanto quello del bagno di casa: è lo schermo del telefono, la fotocamera frontale, il social network, il numero di “like”, il confronto incessante con immagini che sembrano reali ma che, molto spesso, non lo sono affatto.
Mai come oggi il corpo è stato così esposto al giudizio e mai come oggi tanti ragazzi hanno avuto la sensazione di non essere abbastanza. Da chirurgo plastico assisto ogni giorno a un cambiamento culturale che va ben oltre la medicina: nel mio studio non arrivano soltanto persone che desiderano correggere un difetto. Arrivano anche ragazze e ragazzi che chiedono di assomigliare a un filtro, a un influencer, a un volto visto centinaia di volte sullo schermo. Chiedono un naso “perfetto”, labbra “perfette”, zigomi “perfetti”. Quando però ci si ferma ad ascoltarli, si scopre che quasi mai stanno parlando davvero del loro naso o delle loro labbra.
Stanno parlando della paura di non piacere. Della sensazione di essere continuamente confrontati con modelli estetici irraggiungibili. Del timore di sentirsi esclusi. È questo il punto che, come medici, non possiamo ignorare. La chirurgia plastica è una disciplina straordinaria. Può correggere malformazioni congenite, riparare i danni di un trauma, ricostruire il corpo dopo una malattia, migliorare difetti che pesano sulla qualità della vita e, in casi selezionati, aiutare una persona a sentirsi finalmente in armonia con la propria immagine.
Ma è sbagliato trasformarla nella risposta automatica a qualsiasi insicurezza.
Il bisturi modifica un tessuto. Non modifica il rapporto che una persona ha con sé stessa. Questa è probabilmente la lezione più importante che ho imparato negli anni. Per ciò dico che il momento decisivo non è la sala operatoria. È il colloquio: ascoltare diventa spesso più importante che proporre un intervento. Capire se quella richiesta nasce da un desiderio autentico o da una sofferenza alimentata dai confronti continui. Comprendere se il paziente cerca davvero un cambiamento estetico oppure spera che quel cambiamento risolva problemi molto più profondi.
Non esiste un intervento capace di cancellare l’insicurezza, la fragilità o la paura di non essere all’altezza. Ecco perché il medico, talvolta, deve avere il coraggio di dire “no”.
Non è una rinuncia. È una forma di cura.
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Luca Spaziante
Chirurgo Plastico
Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.
Fonte: torinoggi.it
C’è un momento, nella pratica medica, che difficilmente trova spazio nei manuali universitari o nei congressi scientifici. È l’istante in cui un paziente si siede di fronte al proprio medico e decide di affidargli il proprio corpo, il proprio volto, la propria salute e, spesso, una parte delle proprie speranze. È un gesto che va oltre il consenso informato. È un atto di fiducia assoluta.
Per molti chirurghi proprio questo rappresenta la più grande responsabilità professionale: uno stimolo continuo a migliorarsi. La consapevolezza che ogni decisione, ogni intervento e ogni dettaglio tecnico possano incidere sulla qualità della vita di un’altra persona diventa infatti il principale antidoto contro l’autocompiacimento e la routine.
In medicina, e in particolare nella chirurgia, l’esperienza è un patrimonio prezioso, ma non può mai trasformarsi in una zona di comfort. La responsabilità nei confronti del paziente impone un costante esame di coscienza. Ogni procedura conclusa con successo non rappresenta un punto d’arrivo, ma l’occasione per interrogarsi su ciò che avrebbe potuto essere eseguito ancora meglio. È un processo di revisione continua che accompagna il professionista anche dopo aver lasciato la sala operatoria.
Questo atteggiamento si traduce in un aggiornamento scientifico permanente. Le ore dedicate allo studio, alla partecipazione ai congressi, al confronto con i colleghi e all’analisi della letteratura internazionale non sono semplicemente un obbligo deontologico. Sono la naturale conseguenza del rapporto fiduciario instaurato con il paziente. Chi sceglie un chirurgo si aspetta infatti di trovare non solo competenza ed esperienza, ma anche un professionista capace di evolvere insieme ai progressi della medicina.
La filosofia che guida questo percorso può essere sintetizzata in un concetto semplice: la conoscenza non è mai definitiva. Ogni nuova pubblicazione, ogni innovazione tecnologica, ogni affinamento delle tecniche chirurgiche rappresentano un’opportunità per offrire cure sempre più efficaci e personalizzate. Accettare di rimettersi continuamente in discussione significa conservare quell’umiltà intellettuale che costituisce uno dei pilastri della buona pratica clinica.
In questo senso la passione per la medicina assume un significato diverso da quello comunemente attribuito: è una tensione costante verso il miglioramento che trova la propria ragione d’essere esclusivamente nel beneficio del paziente. L’obiettivo non è diventare un medico migliore per sé stessi, ma esserlo per la persona che entrerà in ambulatorio il giorno successivo.
Ogni paziente porta con sé una storia, aspettative, timori e fragilità. È proprio questo patrimonio umano a ricordare al medico che la qualità delle cure non dipende soltanto dalla precisione tecnica, ma anche dalla capacità di non smettere mai di imparare. La fiducia ricevuta diventa così un investimento in conoscenza, mentre la responsabilità si trasforma nel motore di una crescita professionale che non conosce traguardi definitivi.
In un’epoca in cui la medicina evolve a una velocità senza precedenti, il miglioramento continuo non rappresenta più solo un valore aggiunto, ma una condizione essenziale per onorare quel patto di fiducia che ogni paziente, entrando nello studio di un medico, rinnova silenziosamente.
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Luca Spaziante
Chirurgo Plastico
Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.
Fonte: torinoggi.it
Nel racconto pubblico della chirurgia plastica si parla spesso di tecnica, risultati, trasformazioni visibili. Si parla di prima e dopo, di proporzioni, armonia, naturalezza. Molto meno, invece, si parla di ciò che precede ogni gesto chirurgico e che spesso ne determina il senso più profondo: la fiducia.
La chirurgia plastica abita un territorio delicato, al confine tra corpo, identità e percezione di sé. Non interviene soltanto su una cicatrice, un profilo o una forma, ma su una storia personale. Ogni paziente arriva in studio con una richiesta esplicita, ma quasi sempre anche con una domanda più intima: essere ascoltato, essere compreso, ritrovare una corrispondenza tra ciò che sente di essere e ciò che vede nello specchio.
È qui che nasce il rapporto tra chirurgo e paziente. Non nella promessa di un risultato, ma nella costruzione di un percorso. La visita non può ridursi alla valutazione tecnica di un difetto o alla scelta di una procedura: è, prima di tutto, un incontro. Il chirurgo deve saper leggere aspettative, paure, fragilità, desiderio di cambiamento e, talvolta, la sofferenza nascosta dietro una richiesta apparentemente semplice.
La fiducia, in questo ambito, non è un dettaglio accessorio. È parte integrante della cura. Chi si affida a un chirurgo plastico mette nelle sue mani qualcosa di profondamente personale: il volto, il corpo, l’immagine sociale, spesso anche l’autostima. Per questo la responsabilità del medico non consiste solo nel saper operare, ma nel saper orientare. Dire sì quando l’intervento è indicato, ma anche saper dire no quando le aspettative sono irrealistiche o sproporzionate.
La chirurgia plastica moderna non dovrebbe essere una medicina del compiacimento. Non ogni desiderio deve trasformarsi automaticamente in procedura. È una disciplina che richiede misura, prudenza e capacità di giudizio. Il buon chirurgo non rincorre l’eccesso, non alimenta illusioni, non vende perfezione: accompagna il paziente verso un risultato possibile, proporzionato, coerente con la sua anatomia e con la sua identità.
Il tema delle aspettative è centrale, soprattutto in un tempo dominato dai social media, dalle immagini filtrate e da modelli estetici standardizzati. Il rischio è che la chirurgia venga percepita come una scorciatoia verso un’immagine ideale, mentre ogni intervento ha limiti, tempi, indicazioni, possibili complicanze e un margine naturale di imprevedibilità. Spiegarlo non significa scoraggiare il paziente, ma rispettarlo.
Anche il tempo è parte della cura. La fiducia richiede ascolto, valutazione, spiegazione, riflessione. Un intervento ben riuscito non nasce soltanto in sala operatoria, ma anche prima, quando medico e paziente costruiscono insieme un obiettivo realistico. E continua dopo, nel post-operatorio, quando comunicazione, presenza e chiarezza aiutano il paziente ad attraversare il decorso con maggiore serenità.
Anatomia di una fiducia significa allora comprendere che il bisturi è solo una parte della storia. Prima ci sono la parola, lo sguardo clinico e quello umano, la capacità di distinguere il desiderio autentico dalla pressione esterna, il miglioramento dalla trasformazione forzata.
In un’epoca in cui l’immagine sembra dominare tutto, la chirurgia plastica può essere qualcosa di diverso da una rincorsa estetica. Può diventare uno spazio di ascolto, equilibrio e cura. Non il culto della perfezione, ma la ricerca di una forma più serena di sé. Proprio qui, nella distanza tra promessa facile e medicina responsabile, si misura la qualità più importante del rapporto tra chirurgo plastico e paziente: la fiducia.
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Luca Spaziante
Chirurgo Plastico
Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.
Fonte: torinoggi.it
Per molto tempo abbiamo pensato alla bellezza come a una forma di perfezione. Un volto senza segni, un corpo senza difetti, una pelle senza memoria. Ma l’esperienza mi ha insegnato che la bellezza autentica è un’altra cosa: non nasce dal cancellare ciò che siamo, ma dal ritrovare un’armonia con la nostra immagine. Ogni giorno, nel mio lavoro, incontro persone che arrivano con una richiesta precisa. Un naso che non sentono proprio, una cicatrice che pesa ancora, un seno da ricostruire, un volto che il tempo ha cambiato. A prima vista sembrano domande che riguardano solo il corpo. In realtà, quasi sempre, dietro c’è molto di più: una storia, una fragilità, il desiderio di sentirsi di nuovo a casa dentro sé stessi.
Per questo non credo in una chirurgia che stravolge. Credo in una chirurgia che ascolta, rispetta e rivela. Correggere non significa trasformare una persona in qualcun altro. Significa, quando è possibile e quando è giusto, aiutarla a riconoscersi meglio. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è diventata ossessione. I social, i filtri, certi modelli estetici ripetuti all’infinito rischiano di farci credere che esista un solo modo di essere belli. Ma la bellezza vera non è uniformità. È identità. È equilibrio. È quella naturalezza che non cancella i tratti personali, ma li rende più armonici.
Il compito del chirurgo, quindi, non è inseguire una moda. È capire. Capire se una richiesta nasce da un disagio reale o da una pressione esterna. Capire se un intervento può davvero migliorare la qualità della vita o se rischia di alimentare un’insoddisfazione più profonda. A volte la scelta giusta è intervenire. Altre volte è fermarsi. Il corpo non è una superficie neutra. È memoria, biografia, esperienza. Porta i segni del tempo, delle ferite, delle rinascite. Alcune cicatrici vanno corrette, altre vanno comprese. In ogni caso meritano rispetto, perché raccontano qualcosa di noi.
La chirurgia plastica non è una bacchetta magica e non può risolvere ogni ferita interiore. Ma nei casi giusti può essere un gesto di cura. Può aiutare una persona a ritrovare fiducia, leggerezza, coerenza tra ciò che sente dentro e ciò che vede allo specchio. Per me la bellezza non è diventare perfetti. È smettere di sentirsi estranei a sé stessi. È guardarsi con occhi più sereni. È ritrovare una proporzione, non solo del volto o del corpo, ma anche del proprio modo di abitare la vita.
La bellezza, quando è autentica, non impone una maschera. Restituisce armonia.
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Fonte: torinoggi.it