Asti si conferma comunità educante: oltre cento progetti gratuiti per l’anno scolastico 2026-2027

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Associazioni, enti, istituzioni, professionisti, sodalizi sportivi e realtà culturali sono pronti a incontrare gli studenti, dai più piccoli a quelli delle superiori, per parlare di cultura, arte, ambiente, storia, scienze, sport, cittadinanza e molto altri temi

Giovani, social e immagine: quando il desiderio di migliorarsi diventa bisogno di uniformarsi

Giovani, social e immagine: quando il desiderio di migliorarsi diventa bisogno di uniformarsi

Nella mia esperienza di chirurgo plastico, negli ultimi anni è cambiato non soltanto ciò che i giovani chiedono, ma soprattutto il modo in cui guardano il proprio corpo. Sempre più spesso il termine di confronto non è più la propria immagine reale, ma quella che appare sullo schermo di uno smartphone. Instagram, TikTok e le altre piattaforme visuali hanno moltiplicato l’esposizione a volti e corpi apparentemente perfetti. Il problema è che quelle immagini sono spesso il risultato di filtri, luci, pose, make-up e ritocchi digitali. A forza di osservarle, ciò che è artificiale rischia di diventare normale e ciò che è normale può cominciare ad apparire imperfetto.

È un fenomeno particolarmente delicato durante l’adolescenza, quando identità, autostima e rapporto con il corpo sono ancora in costruzione. Una revisione sistematica pubblicata nel 2024, condotta su 25 studi e oltre 13mila partecipanti, ha evidenziato un’associazione tra utilizzo dei social, insoddisfazione per la propria immagine e maggiore propensione a prendere in considerazione procedure estetiche. Da medico, è proprio questo l’aspetto che considero più importante. La chirurgia plastica e la medicina estetica possono essere strumenti preziosi quando esiste un’indicazione corretta e una richiesta consapevole. Non devono però diventare il mezzo attraverso il quale inseguire il volto del momento.

Oggi può capitare che un giovane arrivi dal medico non chiedendo semplicemente di migliorare una caratteristica che vive con disagio, ma mostrando sul telefono il viso di un influencer o persino una propria fotografia modificata da un filtro. La richiesta implicita diventa: «Vorrei essere così». In questi casi il compito del chirurgo non è soltanto saper operare. È soprattutto saper ascoltare, comprendere le motivazioni e, quando necessario, saper dire di no. Un intervento modifica un volto o un corpo reale: non può e non deve promettere la perfezione digitale di un’immagine costruita.

Non sorprende quindi che diversi governi abbiano iniziato a interrogarsi sull’accesso dei minori ai social. L’Australia ha introdotto dal dicembre 2025 restrizioni per gli under 16, mentre in Europa diversi Paesi stanno discutendo o sperimentando limiti, sistemi di verifica dell’età e maggiori responsabilità per le piattaforme. Il dibattito resta aperto perché alla tutela dei minori si affiancano questioni di privacy e libertà individuale. Limitare l’accesso può essere uno strumento, ma non basta. Serve soprattutto educazione all’immagine: spiegare ai ragazzi che quello che vedono online non sempre corrisponde alla realtà e che la diversità dei volti e dei corpi non rappresenta un difetto da correggere.

La buona chirurgia plastica non dovrebbe uniformare le persone a un modello. Dovrebbe, quando realmente necessario, aiutarle a stare meglio conservandone proporzioni, caratteristiche e identità. Perché il vero rischio non è che i giovani desiderino essere più belli. È che, osservando continuamente una bellezza artificiale e standardizzata, finiscano per non riconoscere più la bellezza della propria individualità.

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Luca Spaziante 

Chirurgo Plastico

Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.

Fonte: torinoggi.it

Giovani, social e immagine: quando il desiderio di migliorarsi diventa bisogno di uniformarsi

Nuove generazioni allo specchio: quando prima del bisturi serve qualcuno che ascolti i giovani

C’è una differenza sostanziale tra guardarsi allo specchio e sentirsi osservati da uno specchio. Per molti adolescenti e giovani adulti questa differenza è ormai scomparsa. Lo specchio non è più soltanto quello del bagno di casa: è lo schermo del telefono, la fotocamera frontale, il social network, il numero di “like”, il confronto incessante con immagini che sembrano reali ma che, molto spesso, non lo sono affatto.

Mai come oggi il corpo è stato così esposto al giudizio e mai come oggi tanti ragazzi hanno avuto la sensazione di non essere abbastanza. Da chirurgo plastico assisto ogni giorno a un cambiamento culturale che va ben oltre la medicina: nel mio studio non arrivano soltanto persone che desiderano correggere un difetto. Arrivano anche ragazze e ragazzi che chiedono di assomigliare a un filtro, a un influencer, a un volto visto centinaia di volte sullo schermo. Chiedono un naso “perfetto”, labbra “perfette”, zigomi “perfetti”. Quando però ci si ferma ad ascoltarli, si scopre che quasi mai stanno parlando davvero del loro naso o delle loro labbra.

Stanno parlando della paura di non piacere. Della sensazione di essere continuamente confrontati con modelli estetici irraggiungibili. Del timore di sentirsi esclusi. È questo il punto che, come medici, non possiamo ignorare. La chirurgia plastica è una disciplina straordinaria. Può correggere malformazioni congenite, riparare i danni di un trauma, ricostruire il corpo dopo una malattia, migliorare difetti che pesano sulla qualità della vita e, in casi selezionati, aiutare una persona a sentirsi finalmente in armonia con la propria immagine.

Ma è sbagliato trasformarla nella risposta automatica a qualsiasi insicurezza.

Il bisturi modifica un tessuto. Non modifica il rapporto che una persona ha con sé stessa. Questa è probabilmente la lezione più importante che ho imparato negli anni. Per ciò dico che il momento decisivo non è la sala operatoria. È il colloquio: ascoltare diventa spesso più importante che proporre un intervento. Capire se quella richiesta nasce da un desiderio autentico o da una sofferenza alimentata dai confronti continui. Comprendere se il paziente cerca davvero un cambiamento estetico oppure spera che quel cambiamento risolva problemi molto più profondi.

Non esiste un intervento capace di cancellare l’insicurezza, la fragilità o la paura di non essere all’altezza. Ecco perché il medico, talvolta, deve avere il coraggio di dire “no”.

Non è una rinuncia. È una forma di cura.

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Luca Spaziante 

Chirurgo Plastico

Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.

Fonte: torinoggi.it

Giovani, social e immagine: quando il desiderio di migliorarsi diventa bisogno di uniformarsi

La responsabilità verso il paziente: il motore silenzioso del miglioramento continuo

C’è un momento, nella pratica medica, che difficilmente trova spazio nei manuali universitari o nei congressi scientifici. È l’istante in cui un paziente si siede di fronte al proprio medico e decide di affidargli il proprio corpo, il proprio volto, la propria salute e, spesso, una parte delle proprie speranze. È un gesto che va oltre il consenso informato. È un atto di fiducia assoluta.

Per molti chirurghi proprio questo rappresenta la più grande responsabilità professionale: uno stimolo continuo a migliorarsi. La consapevolezza che ogni decisione, ogni intervento e ogni dettaglio tecnico possano incidere sulla qualità della vita di un’altra persona diventa infatti il principale antidoto contro l’autocompiacimento e la routine.

In medicina, e in particolare nella chirurgia, l’esperienza è un patrimonio prezioso, ma non può mai trasformarsi in una zona di comfort. La responsabilità nei confronti del paziente impone un costante esame di coscienza. Ogni procedura conclusa con successo non rappresenta un punto d’arrivo, ma l’occasione per interrogarsi su ciò che avrebbe potuto essere eseguito ancora meglio. È un processo di revisione continua che accompagna il professionista anche dopo aver lasciato la sala operatoria.

Questo atteggiamento si traduce in un aggiornamento scientifico permanente. Le ore dedicate allo studio, alla partecipazione ai congressi, al confronto con i colleghi e all’analisi della letteratura internazionale non sono semplicemente un obbligo deontologico. Sono la naturale conseguenza del rapporto fiduciario instaurato con il paziente. Chi sceglie un chirurgo si aspetta infatti di trovare non solo competenza ed esperienza, ma anche un professionista capace di evolvere insieme ai progressi della medicina.

La filosofia che guida questo percorso può essere sintetizzata in un concetto semplice: la conoscenza non è mai definitiva. Ogni nuova pubblicazione, ogni innovazione tecnologica, ogni affinamento delle tecniche chirurgiche rappresentano un’opportunità per offrire cure sempre più efficaci e personalizzate. Accettare di rimettersi continuamente in discussione significa conservare quell’umiltà intellettuale che costituisce uno dei pilastri della buona pratica clinica.

In questo senso la passione per la medicina assume un significato diverso da quello comunemente attribuito: è una tensione costante verso il miglioramento che trova la propria ragione d’essere esclusivamente nel beneficio del paziente. L’obiettivo non è diventare un medico migliore per sé stessi, ma esserlo per la persona che entrerà in ambulatorio il giorno successivo.

Ogni paziente porta con sé una storia, aspettative, timori e fragilità. È proprio questo patrimonio umano a ricordare al medico che la qualità delle cure non dipende soltanto dalla precisione tecnica, ma anche dalla capacità di non smettere mai di imparare. La fiducia ricevuta diventa così un investimento in conoscenza, mentre la responsabilità si trasforma nel motore di una crescita professionale che non conosce traguardi definitivi.

In un’epoca in cui la medicina evolve a una velocità senza precedenti, il miglioramento continuo non rappresenta più solo un valore aggiunto, ma una condizione essenziale per onorare quel patto di fiducia che ogni paziente, entrando nello studio di un medico, rinnova silenziosamente.

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Luca Spaziante 

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Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.

Fonte: torinoggi.it

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Chirurgia plastica e pazienti: anatomia di una fiducia

Nel racconto pubblico della chirurgia plastica si parla spesso di tecnica, risultati, trasformazioni visibili. Si parla di prima e dopo, di proporzioni, armonia, naturalezza. Molto meno, invece, si parla di ciò che precede ogni gesto chirurgico e che spesso ne determina il senso più profondo: la fiducia.

La chirurgia plastica abita un territorio delicato, al confine tra corpo, identità e percezione di sé. Non interviene soltanto su una cicatrice, un profilo o una forma, ma su una storia personale. Ogni paziente arriva in studio con una richiesta esplicita, ma quasi sempre anche con una domanda più intima: essere ascoltato, essere compreso, ritrovare una corrispondenza tra ciò che sente di essere e ciò che vede nello specchio.

È qui che nasce il rapporto tra chirurgo e paziente. Non nella promessa di un risultato, ma nella costruzione di un percorso. La visita non può ridursi alla valutazione tecnica di un difetto o alla scelta di una procedura: è, prima di tutto, un incontro. Il chirurgo deve saper leggere aspettative, paure, fragilità, desiderio di cambiamento e, talvolta, la sofferenza nascosta dietro una richiesta apparentemente semplice.

La fiducia, in questo ambito, non è un dettaglio accessorio. È parte integrante della cura. Chi si affida a un chirurgo plastico mette nelle sue mani qualcosa di profondamente personale: il volto, il corpo, l’immagine sociale, spesso anche l’autostima. Per questo la responsabilità del medico non consiste solo nel saper operare, ma nel saper orientare. Dire sì quando l’intervento è indicato, ma anche saper dire no quando le aspettative sono irrealistiche o sproporzionate.

La chirurgia plastica moderna non dovrebbe essere una medicina del compiacimento. Non ogni desiderio deve trasformarsi automaticamente in procedura. È una disciplina che richiede misura, prudenza e capacità di giudizio. Il buon chirurgo non rincorre l’eccesso, non alimenta illusioni, non vende perfezione: accompagna il paziente verso un risultato possibile, proporzionato, coerente con la sua anatomia e con la sua identità.

Il tema delle aspettative è centrale, soprattutto in un tempo dominato dai social media, dalle immagini filtrate e da modelli estetici standardizzati. Il rischio è che la chirurgia venga percepita come una scorciatoia verso un’immagine ideale, mentre ogni intervento ha limiti, tempi, indicazioni, possibili complicanze e un margine naturale di imprevedibilità. Spiegarlo non significa scoraggiare il paziente, ma rispettarlo.

Anche il tempo è parte della cura. La fiducia richiede ascolto, valutazione, spiegazione, riflessione. Un intervento ben riuscito non nasce soltanto in sala operatoria, ma anche prima, quando medico e paziente costruiscono insieme un obiettivo realistico. E continua dopo, nel post-operatorio, quando comunicazione, presenza e chiarezza aiutano il paziente ad attraversare il decorso con maggiore serenità.

Anatomia di una fiducia significa allora comprendere che il bisturi è solo una parte della storia. Prima ci sono la parola, lo sguardo clinico e quello umano, la capacità di distinguere il desiderio autentico dalla pressione esterna, il miglioramento dalla trasformazione forzata.

In un’epoca in cui l’immagine sembra dominare tutto, la chirurgia plastica può essere qualcosa di diverso da una rincorsa estetica. Può diventare uno spazio di ascolto, equilibrio e cura. Non il culto della perfezione, ma la ricerca di una forma più serena di sé. Proprio qui, nella distanza tra promessa facile e medicina responsabile, si misura la qualità più importante del rapporto tra chirurgo plastico e paziente: la fiducia.

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Luca Spaziante 

Chirurgo Plastico

Dirigente Medico SCU Chirurgia Plastica Ricostruttiva – AOU Città della Salute e della Scienza, Coordinatore degli ambulatori di Chirurgia Plastica, Ricostruttiva ed Estetica – GVM Clinica Santa Caterina, Torino, Direttore Scientifico – Art Beauty Clinic, Membro del Comitato Tecnico Scientifico – ACTO Italia e ACTO Piemonte.

Fonte: torinoggi.it

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La bellezza non è perfezione: è armonia ritrovata

Per molto tempo abbiamo pensato alla bellezza come a una forma di perfezione. Un volto senza segni, un corpo senza difetti, una pelle senza memoria. Ma l’esperienza mi ha insegnato che la bellezza autentica è un’altra cosa: non nasce dal cancellare ciò che siamo, ma dal ritrovare un’armonia con la nostra immagine. Ogni giorno, nel mio lavoro, incontro persone che arrivano con una richiesta precisa. Un naso che non sentono proprio, una cicatrice che pesa ancora, un seno da ricostruire, un volto che il tempo ha cambiato. A prima vista sembrano domande che riguardano solo il corpo. In realtà, quasi sempre, dietro c’è molto di più: una storia, una fragilità, il desiderio di sentirsi di nuovo a casa dentro sé stessi.

Per questo non credo in una chirurgia che stravolge. Credo in una chirurgia che ascolta, rispetta e rivela. Correggere non significa trasformare una persona in qualcun altro. Significa, quando è possibile e quando è giusto, aiutarla a riconoscersi meglio. Viviamo in un’epoca in cui l’immagine è diventata ossessione. I social, i filtri, certi modelli estetici ripetuti all’infinito rischiano di farci credere che esista un solo modo di essere belli. Ma la bellezza vera non è uniformità. È identità. È equilibrio. È quella naturalezza che non cancella i tratti personali, ma li rende più armonici.

Il compito del chirurgo, quindi, non è inseguire una moda. È capire. Capire se una richiesta nasce da un disagio reale o da una pressione esterna. Capire se un intervento può davvero migliorare la qualità della vita o se rischia di alimentare un’insoddisfazione più profonda. A volte la scelta giusta è intervenire. Altre volte è fermarsi. Il corpo non è una superficie neutra. È memoria, biografia, esperienza. Porta i segni del tempo, delle ferite, delle rinascite. Alcune cicatrici vanno corrette, altre vanno comprese. In ogni caso meritano rispetto, perché raccontano qualcosa di noi.

La chirurgia plastica non è una bacchetta magica e non può risolvere ogni ferita interiore. Ma nei casi giusti può essere un gesto di cura. Può aiutare una persona a ritrovare fiducia, leggerezza, coerenza tra ciò che sente dentro e ciò che vede allo specchio. Per me la bellezza non è diventare perfetti. È smettere di sentirsi estranei a sé stessi. È guardarsi con occhi più sereni. È ritrovare una proporzione, non solo del volto o del corpo, ma anche del proprio modo di abitare la vita.

La bellezza, quando è autentica, non impone una maschera. Restituisce armonia.

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Fonte: torinoggi.it